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Miei problemi con le donne (I) - Man who loved women (The)


Regia:Edwards Blake

Cast e credits:
Soggetto e sceneggiatura: Blake Edwards, Milton Wexler, Geoffrey Edwards; fotografia: Haskell Wexler; musica: Henry Mancini; montaggio: Ralph E. Winters; scenografia: Jack Senter; interpreti: Burt Reynolds (David), Julie Andrews (Marianna), Kim Basinger (Louise), Marilu Henner (Agnes), Barry Corbin (Roy), Cynthia Sikes (Courtney), Jennifer Edwards (Nancy), Sela Ward (Janet), Ben Powers (Al), Elle Bauer (Svetlana), Denise Crosby (Enid); produzione: Blake Edwards eTony Adams, per Columbia Pictures; distribuzione: CEIAD; durata: 110'.

Trama:
Celebre scultore è attratto da tutte le donne che incontra, attraverso una feticistica adorazione per le loro gambe. Omaggio al film di Truffaut "L'uomo che amava le donne".

Critica (1):(..) Il film di Truffaut a cui questo di Edwards visibilmente anche talora sfacciatamente si ispira, era fresco, pulsante, clairiano tutto fatti, tutta elettricità. La mano scorreva sulla tela delle emozioni, non aveva freni, c'era un intenso piacere fisico. In questo film di Edwards, religioso e ascetico, non c'è il piacere del sesso non c'è giudizio sul sesso. Il segno dell'analista al posto del confessore, è un pretesto narrativo, uno dei tanti apposti da Edwards nelle sue sterminate tele proliferanti di sensi alienati, non allinea nel nostro conformismo mentale, sociale, culturale ed estetico.
Certo, Edwards potrà dire con Stevenson: "da un lato ero venuto al mondo troppo tardi, e per un certo verso, forse troppo presto", ma ciò non gli impedisce di avere una straordinaria voglia di amare l'idea stessa dell'arte, dell'invenzione assoluta, così come Reynold ama disinteressatamente, non romanticamente, ma neppure ....dentisticamente e concettualmente, la realtà del corpo e dell'animo femminili. In un certo senso è come se Edwards si facesse trasportare da un enorme flusso creativo. Per questo all'inizio della sua carriera artistica si pensava per lui anche a un esempio altissimo di "action painting", per esempio rifacendoci a quel feroce e tutto fisico film che era Hollywood Party o a certe Pantera rosa e a quelle feste, sempre le stesse e sempre diverse, di cui abbiamo un esempio glorioso in Colazione da Tiffany.
Ma Edwards va sempre avanti, sperimenta ogni giorno, e ogni giorno in maniera diversa, non si chiude in una cifra, e in questo è tutto americano. Ricordate cosa diceva il grande esule Pound dello spirito americano, fatto secondo lui di "idee francesi più idee inglesi più, per quanto ne so, clima"? Williams invece affermava che il retroterra culturale dell'America non è l'Europa ma l'America stessa. Ce ne convinciamo guardando la parabola inventiva di Edwards e soprattutto questo suo I miei problemi con le donne, che presenta le materie della vita e della morte con quella grazia geometrica e fredda che solo Poe sapeva mostrare. La filosofia di Edwards è tutta nei fatti, dunque, nelle materie, da cui comincia a lavorare, a creare, a inventare.
In questo è irregolare, è di una avanguardia che deve ancora essere codificata, e che fortunatamente gli stolti non chiariranno mai nelle sue linee tematiche e formali. Tra le sue visioni filosofiche del mondo e le sue materie Edwards pone, qui più che altrove, lo spiazzamento di una forma che non sembra aderire alle sostanze filmiche. che si coglie, tenera e anche laconica, nel grande spazio di altre visioni, di altre speranze e di altre ricerche. Magistralmente, poi, si diletta ad aggiungere troppo, come per esempio l'eccesso di tutte quelle donne al funerale, e a togliere anche il poco che basterebbe al normale spettatore per poter divertirsi con un certo agio: e quindi i gags sono scarsi, anche se superbi nella loro attonita assenza. Il poeta dell'astrazione, dell'arte concettuale? Non diremmo proprio, o meglio, non lo affermeremmo con estrema sicurezza di giudizio. Edwards attraversa lo spazio di tutte le correnti estetiche del Novecento americano ed europeo con uno spirito dunque in tutto americano e con un'ansia di libertà, di insoddisfazione, di amarezza, di tristezza, e di appagata dolcezza, che lo portano ad accarezzare ogni realtà creativa senza voler possederne nessuna. Anche Burt Reynolds "deve" possedere quelle donne, che pure vorrebbe "amare" soltanto, così come ama la giovane prostituta salvata dalle miserie del marciapiede. Dipingo cose, non idee, diceva Picasso. Edwards dipinge anche idee, ma le fa sembrare cose. Solo che queste idee è come se non ci fossero, è come se si dovesse sempre correre, in una sorta di deliziato affanno, per inseguirle nell'eternità della stoltezza e della verità, della vanità e della chiara semplicità dei tutto. Se Victor Victoria, come già scrivemmo su queste pagine, ci lasciò come un senso di insoddisfazione, del troppo bello, di un bello deciso e dichiarato, I miei problemi con le donne ci comunica invece un forte sentimento di certezza, di fede nei valori assoluti valori sempre da cercare, disperatamente e dolcemente, dato che non sappiamo neppure che esistano, anche se abbiamo fede nella loro idea in mezzo alle sorti di un modo vano e stupido.
"Che Dio ti benedica", dice Julie Andrews sulla tomba di Burt Reynolds alla fine del film, mentre noi vediamo in soggettiva le sue gambe (che tra l'altro sono storte, ma il marito della Andrews Blake Edwards, le mostra come se fossero belle, con molti accorgimenti). Perciò noi cerchiamo di parlare di questo film come di un film religioso, poichè tra spirito e materie corre un fluido vitale luminoso, molto sciolto e generoso, che lo rende tra i più palpitanti e veri dei "capolavori" di Edwards. Per Edwards non esiste il bello o il brutto nel cinema, ma solo la verità di una ricerca, che si libera nella gioia più serena e consapevole di un dolore necessario e inevitabile.
La sofferenza dell'artista è simile a quella di chi ama qualcosa di terreno, di materiale, di vivo e pulsante. Edwards ci dà questa sofferenza attraverso un percorso metonimico tra i più accidentati e i più felici della sua carriera di artista grandissimo.

Giuseppe Turroni, Filmcritica n. 246 luglio 1984

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